Quanto tempo hanno impiegato i grandi scrittori per scrivere i loro capolavori?

Un’infografica ricca di dati mette a confronto i diversi tempi di scrittura di alcuni autori iconici della letteratura, tra cui Tolkien e Salinger.

L’Huffington Post propone un’infografica che mette a confronto i diversi tempi di scrittura di alcuni degli autori più letti della storia, riordinati in ordine crescente per quantità di tempo impiegato, indicando anche la dimensione in pagine dell’opera.

Le differenze tra il primo e l’ultimo classificato sono notevoli: si spazia dai due giorni e mezzo ai sedici anni, senza che a un lasso di tempo più ampio corrisponda necessariamente un’opera più ampia: Il giovane Holden di Salinger richiede dieci anni di lavoro 250 pagine, Via col vento di Margaret Michell ne richiede altrettanti per un risultato di 880 pagine.

Tra quelli presi in considerazione l’autore più “lento” in assoluto è Tolkien, con i suoi sedici anni per portare a termine la saga dell’anello, mentre il solo primo libro della saga di J. K. RowlingHarry Potter e la pietra filosofale ne ha richiesti sei.

Ogni autore ha i suoi tempi, sembra suggerire il grafico, all’ispirazione non si può mettere fretta né chiedere di rallentare, come non sì può chiedere ad uno scrittore di rinunciare all’ennesima revisione del suo testo, né si deve domandargli di rileggerlo una volta di più: la scrittura, come la lettura, ha i suoi tempi, non è fatta per cronometro. (da Redazione Il Libraio). 

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Tra libri e alchimia: a Napoli apre una libreria esoterica

La nuova Libreria Flamel unisce la passione per i libri e quella per l’esoterismo, riunendo in un ambiente pieno di simbolismo testi su cabala, alchimia, ermetismo e neopitagorismo. Quella di Napoli non è la sola libreria esoterica in Italia…

In molti lo conoscono grazie al primo capitolo della sagra di Harry Potter, ma Nicholas Flamel, il presunto inventore della pietra filosofale, è vissuto davvero nella Francia del ‘300 ed era un libraio e alchimista molto capace.
È proprio a questo affascinante personaggio che Stanislao Scognamiglio, studioso e ricercatore del Centro Studi Scienze Antiche di Napoli, dedica la propria libreria, aperta da poche settimane nel capoluogo campano.

Napoli ha sempre avuto, fin dalle origini, culti di diverso genere”, spiega il titolare in un’intervista rilasciata a Fanpage, e ha perciò deciso che fosse giunto il momento di aprire un esercizio per seguire “il lungo filo rosso che unisce personaggi come Isaac Newton, San Tommaso, Giordano Bruno e Cagliostro, passando per Raimondo Di Sangro”, intrecciandosi alle vie napoletane.
La Libreria Flamel unisce le due passioni di Scognamiglio: quella per i libri e quella per l’esoterismo, riunendo in un ambiente pieno di simbolismo – le tinte della libreria sono rosso, nero e bianco, i colori delle tre fasi alchemiche – libri e volumi su cabala, alchimia, ermetismo e neopitagorismo.

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L’amore per i libri che sopravvive alla guerra: dal Sud Sudan la storia di un libraio speciale

Il Sud Sudan è un paese devastato dalla guerra civile e in cui solo il 27% della popolazione è in grado di leggere. Eppure Juma’a Ali ha aperto una libreria di fortuna nel campo di sfollati di Malakal, riportando un po’ di speranza…

Il Sud Sudan è il paese più giovane al mondo. Juma’a Ali ha 34 anni, ma lo scoppio della guerra civile con cui il Paese ottiene l’indipendenza dal Sudan lo costringe a unirsi alle decine di migliaia di sfollati che vivono sotto la protezione dell’Onu nel campo di civili presso la città di Malakal. Come racconta il Guardian, Ali proviene dalle montagne del Nuba, dove era perseguitato in quanto cristiano, portando con sé tutti i libri che è riuscito a trasportare. Sono i libri che ha raccolto lungo la strada, per lo più copie di seconda mano di biblioteche e vecchie edizioni donate da qualche privato.
Nel campo di Malakal Ali ha dato vita a una libreria di fortuna e adesso sopravvive grazie alle piccole somme di denaro che riesce a ottenere dalla vendita. Tra le pile di libri che lo circondano si possono trovare autori come Virginia Woolf e Shakespeare provenienti dalla biblioteca pubblica di Boston o da quella dell’alto Nilo. Ma tra i titoli più ricercati da parte degli oltre 33.000 residenti del campo, ci sono la Bibbia e l’Oxford English Dictionary. Il Dizionario è il libro preferito anche dallo stesso Ali: in un paese in cui, secondo l’Unicef, il tasso di alfabetizzazione degli adulti si attesta al 27%, e il 70% dei bambini di età compresa tra 6 e i 17 anni non ha mai messo piede in una classe, il Dizionario finisce con il divenire simbolo del bisogno (e del desiderio) di istruzione.
La campagna vicina a Malakal ha visto alcuni dei combattimenti più feroci di una guerra civile che ha diviso il paese tra chi sostiene il presidente Salva Kiir, e coloro che restano fedeli al suo ex vice-presidente Riek Machar.
“Qui le persone non leggono più per divertimento a causa dei tempi molto duri”, spiega Ali, “ma c’è ancora qualcuno a cui piace farlo. E allora vengono qui”.  (da redazione Il Libraio).

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Se il bookcrossing arriva nei mercati rionali

Tra i banchi del mercato, a Roma (e non solo) fanno capolino i libri: a disposizione di tutti, basta portarne un altro in cambio. Ecco come il bookcrossing anima i mercati rionali.

Già l’anno scorso al mercato Nomentano in piazza Alessandria, a Roma, aveva preso vita un’iniziativa simile, sulla scia di Mercati d’autore e su iniziativa di Roberta, la fioraia: al centro del mercato era stato allestito uno spazio dotato di rete Wifi e panche per sedersi, un posto per chi volesse mangiare qualcosa o leggere uno dei libri messi a disposizione dal bookcrossing di quartiere.
Quest’anno l’iniziativa si espande, raggiungendo diversi altri mercati della Capitale dove i libri fanno capolino tra carciofi e caciotte; così al mercato Trieste di via Chiana lo scambio di libri vive senza bisogno di regole: si alimenta della fiducia che chiunque prenda un libro ne lasci un altro, e sembra funzionare con entusiasmo; come racconta il presidente Amedeo a Repubblica il metodo sembra funzionare e in breve tempo hanno raccolto diversi libri. (da Redazione Il Libraio).

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L’importanza di sapere dipingere… E ora ci vorrebbe un libro.

Doveva essere un viaggio breve, ma tornano dopo 17 anni.

Ho visto questo articolo in rete e ho pensato subito che questa è vera vita, la loro esperienza rappresenta il vero significato di Libertà, Bravi!

Nel 2000 Herman e Candelaria Zapp sono partiti per un viaggio di sei mesi. Sono tornati dopo 17 anni con quattro figli.  I due argentini sono partiti con l’intenzione di fare un viaggio indimenticabile prima del matrimonio. E di certo lo è stato. Volevano fare un tour dal Sud America fino all’Alaska, dall’estremo Sud all’estremo Nord insomma. Tanto per non dover poi rimpiangere i bei tempi una volta tornati a casa e aver messo su famiglia.

Durante il viaggio, però, di avventure ne sono capitate tantissime, a partire dalla mancanza di denaro sufficiente a proseguire. Candelaria ha così avuto la brillante idea di vendere i dipinti che realizzava durante il viaggio. E poiché ne vendette parecchi, la coppia decise di finanziare così il resto della vacanza. Che è durata altri 16 anni.

Una volta raggiunta l’Alaska (dopo tre anni, non sei mesi) hanno girato tutto il Canada e gli Stati Uniti, poi sono tornati nel Centro America per visitare i luoghi che avevano tralasciato. Dopo aver visitato tutto il visitabile, si sono imbarcati per l’Australia, che hanno girato in lungo e in largo.

Dopo aver trascorso anni on-the-road a bordo di una Graham-Paige del 1928 hanno capito che era quella la vera vita che desideravano. Così, tre anni dopo la partenza, hanno pensato che sarebbe stato il momento di avere un figlio. Nel 2003 è nato il primo bambino. Poi gli altri tre.

Oggi la famiglia Zapp è composta da Herman, Candelaria e da quattro figli. Nessuno di loro è nato nello stesso Paese: Pampa è nato negli Stati Uniti, Tehue in Argentina, Paloma in Canada e Wallaby in Australia.

Ora si trovano in Europa, per la tappa finale del loro viaggio. Quando avranno visitato anche il Vecchio Continente, torneranno in Argentina in pianta stabile. Forse.

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Con “Lost My Name” i bambini diventano protagonisti di un libro tutto loro

Tutti, grandi e piccini, amano immedesimarsi nelle avventure evocate da un libro, ma cosa accadrebbe se potessimo addirittura diventarne i protagonisti? Con “Lost My Name” è possibile – Il progetto (caso editoriale nel Regno Unito e in Australia, e in ascesa anche in Italia).

Oltre 2 milioni di copie vendute nel mondo, più di 250 racconti creati per un unico volume: com’è possibile? Questa è la storia di Lost My Name, fondata ad Hackney (Londra) nel 2012 da tre papà e uno zio alla ricerca disperata di nuove storie per intrattenere i più piccoli, ma soprattutto di nuove tecnologie per rendere il momento della fiaba più coinvolgente. Tutti, grandi e piccini, amano immedesimarsi nelle avventure evocate da un libro, ma cosa accadrebbe se potessimo addirittura diventarne i protagonisti? La start up Lost My Name con “Dov’è finito il mio nome?” ha fatto proprio questo: creare un libro nel quale, inserendo il proprio nome, ogni bambino può dare vita ad una storia personale e personalizzata, un viaggio tra illustrazioni meravigliose e svolgimenti originali. E allora basta l’aiuto di un Unicorno per ritrovare una U, di una Sirena per far risuonare una S, finché tutte le lettere tornano magicamente al proprio posto, per un magico lieto fine. Distribuito in oltre 194 Paesi, diventato un caso editoriale nel Regno Unito e in Australia, questo volume ha riscosso un grande successo anche nel nostro Paese con oltre 70mila copie vendute. In una commistione tra innovazione digitale ed editoria tradizionale, online è già possibile visualizzare un’anteprima del proprio volume, nell’attesa di ricevere a casa il classico libro tutto da sfogliare e accarezzare, unico e irripetibile. Al lato puramente ludico, si aggiunge anche quello più educativo; in Italia, infatti, molte scuole materne ed elementari hanno intravisto in questo strumento un’opportunità per aiutare i più piccoli ad avvicinarsi alle lettere dell’alfabeto. Ma questo è solo “un dettaglio” perché, come dice il team di Lost my name, “il progetto è nato per ispirare i bambini a credere nell’avventura e suggerirgli che ogni cosa che loro immaginano può accadere”. (da Redazione “Il Libraio”).

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