Per vivere abbiamo bisogno delle fiabe e dei libri

“Abbiamo bisogno del racconto per vivere. La necessità del racconto è la specificità dell’umano, ‘specie fabulatrice’… Tutto ciò che è umano circola in noi e si trasmette con storie, miti e leggende che, con le fiabe, partecipano di quella tradizione orale in cui si rivela il segreto della nascita e della morte in una parola che soltanto l’inconscio può sentire…”. Su ilLibraio.it un estratto da “I libri si prendono cura di noi – Per una biblioterapia creativa”.

“La biblioterapia è l’utilizzo di un insieme di letture scelte quali strumenti terapeutici in medicina e in psichiatria. E un mezzo per risolvere dei problemi personali mediante una lettura guidata”: così il dizionario Webster definiva la biblioterapianel 1961. Una descrizione senza dubbio fredda e succinta, oltre la quale tuttavia si aprono scenari inaspettati e affascinanti, a cavallo tra psicologia e letteratura, antropologia e ricerca interioreRégine Detambel, scrittrice e kinesiologa francese, nel volume I libri si prendono cura di noi (Ponte alle Grazie) raccoglie i numerosi contributi di studiosi che si sono occupati di biblioterapia, dal lavoro pionieristico di Sadie Peterson Delaney fino alle opere più recenti di Ouaknin, Spire, Picard e soprattutto l’Elogio della lettura di Michèle Petit. Se emozioni e sentimenti si colgono pienamente solo attraverso la loro forma verbale, allora possono essere curati, accuditi, coccolati dalla parola scritta. All’approccio semplicistico del biblio-coaching, che predilige libri «facili» e didascalici, l’autrice preferisce puntare sulle difficoltà e sulle sfide lanciate dai grandi autori del presente e del passato, che nella scrittura hanno trovato un antidoto al dolore. Sono questi i “farmaci” migliori: la lettura diventa un’occasione di risveglio interiore, consapevolezza, dignità, un rimedio ai malanni della mente e del corpo.

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Per gentile concessione di Ponte alle Grazie, su “il Libraio” la prima parte del capitolo “L’azione trasfigurante della fiction”

Abbiamo bisogno del racconto per vivere. La necessità del racconto è la specificità dell’umano, “specie fabulatrice”. Tutto ciò che è umano circola in noi e si trasmette con storie, miti e leggende che, con le fiabe, partecipano di quella tradizione orale in cui si rivela il segreto della nascita e della morte in una parola che soltanto l’inconscio può sentire. Per lo psichiatra infantile René Diatkine, citato da Michèle Petit, la fiaba serale, letta o raccontata al bambino, ha virtù magiche utili a sopportare meglio il buio e la separazione dai genitori, la paura di perderli e la paura di morire: “Solo una storia di fantasia, narrata in una lingua strutturalmente diversa dalla sciattezza del parlato, sembra funzionare contro l’angoscia della separazione”.

La favola serale è un filo solido per il bambino e non bisogna romperlo soprattutto perché è attivo nell’alimentare un immaginario, nel costruire un’identità. Così, nella storia che ci raccontano, a rianimarci sono gli sguardi congiunti sul libro.

Cos’è un buon libro? Proprio come la psicoterapia, che all’inizio somiglia a una semplice conversazione a faccia a faccia, il buon libro finisce col rimodellare il cervello del paziente con piccoli tocchi di semplici parole. E la sua lettura provoca molti sommovimenti, molte risonanze tra le aree del linguaggio e quella parte del lobo temporale che presiede ai ricordi e all’emotività. La serie d’immagini fornite dalla risonanza magnetica del cervello di un lettore mostra proprio quelle risonanze, e mostra come leggere ci induca a cercare nei nostri ricordi ciò che risuona all’unisono.

L’aveva già enunciato Novalis: “La poesia piuttosto che la polvere. Una parola, una frase contengono delle cariche esplosive, che possono sprigionare la loro energia latente quando si presenta l’occasione, nello spazio al didentro o nello spazio al di fuori, che fungerà da detonatore. Il vocabolario, la grammatica non sono innocenti; sono responsabili della persona”.

E Victor Hugo, nelle sue Prose filosofiche del 1860: “Un libro è un ingranaggio. Diffidate di quelle righe nere su carta bianca; sono delle forze; si combinano, si compongono, si scompongono, entrano l’una nell’altra, ruotano l’una sull’altra, si dividono, si legano, si accoppiano, fermentano. Questa riga morde, quella riga stringe e schiaccia, quell’altra trascina, quella riga soggioga. Le idee sono un congegno. Vi sentite attratti dal libro. Esso vi lascerà soltanto dopo aver dato una forma al vostro spirito. Talvolta i lettori escono dal libro completamente trasformati. Omero e la Bibbia fanno di questi miracoli”.
Se “i lettori escono dal libro completamente trasformati”, è per l’effetto di captazione esercitato da una pagina, da un paragrafo, da una singola parola. Questa forza strana è la metafora. Essa soltanto arriva al corpo. Senza di lei, un testo è un pezzo di legno morto…

(continua in libreria…) – da Redazione “Il Libraio”.

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