I libri animati vittoriani prendono vita grazie alle GIF

In epoca vittoriana, Richard Balzer realizzò alcuni libri animati con il metodo del fenachistoscopio. Adesso quei disegni rivivono grazie alle moderne GIF.

Oggi le immagini che si muovono sono ovunque: cinema, TV, cartelloni pubblicitari, telefoni, social network. Ma a quando risale la passione umana per le immagini in movimento? Alcuni paleontologi fanno risalire i primi tentativi di “animazione” all’era glaciale, quando i primitivi incidevano figure di avorio e, legandole a un filo, proiettavano le figure sulle pareti della caverna. Anche gli artisti dell’età della pietra erano sicuramente affascinati dal movimento: disegnavano infatti gli animali nei successivi stadi della loro corsa per analizzarne il movimento. Nel Rinascimento, lo stesso Leonardo Da Vinci tracciava i segni del movimento nei suoi disegni. Richard Balzer è molto più recente di Leonardo o dell’era glaciale: i suoi capolavori, una ricca collezione di “meraviglie visive”, erano molto popolari nell’Inghilterra del XVIII e XIX secolo e hanno forse ispirato l’invenzione stessa del cinema. Come racconta il Guardian, Balzer in epoca vittoriana, con l’aiuto del collaboratore Brain Duffy, decise di animare i propri disegni per creare libri animati per bambini, in un modo stranamente contemporaneo: usando il principio delfenachistoscopio. Questo strumento consiste nel sovrapporre due dischi, uno con i disegni e uno con le fessure, facendone coincidere i centri. Girando i due dischi, le figure disegnate si animano e prendono vita. Tutti i giochi di questo tipo si basano sullo stesso principio: la persistenza della visione. Il nostro occhio, infatti, non riesce a separare le immagini oltre una certa velocità: se i disegni di un corpo in movimento passano sotto il nostro occhio velocemente, il nostro cervello li unisce in un unico flusso. (da Redazione “Il Libraio”).

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Le librerie “sotterranee” di Budapest…

A Budapest ci sono delle librerie vicino alle banchine della metropolitana: ogni momento è giusto per acquistare un libro, anche l’attesa del treno…

Quante volte nelle nostre città osserviamo le persone che attendono dietro la linea gialla l’arrivo del convoglio della metropolitana? Poche. Come molti altri anche noi siamo quasi sempre con lo sguardo fisso sullo schermo dello smartphone; se però alziamo un momento la testa ci accorgiamo che c’è gente che legge, libri o e-book, e anche gente che scrive. Come sarebbe, quindi, una metropolitana con delle librerie negli spazi che conducono ai binari? In Italia c’è qualche esempio, come la fermata di Lima sulla metro di Milano, ma se ci spostiamo a Budapest, in Ungheria, le librerie “metropolitane” sono numerose… Nella metropolitana di Budapest, i pendolari, o i semplici turisti, possono infatti attendere il treno guardando negli scaffali dei libri usati e nuovi, per trovarne uno che possa allietare il loro viaggio o il loro soggiorno nella capitale ungherese. I negozi “sotterranei” di questo genere non sono sfruttati solo da chi ha un’urgenza: in Ungheria ci sono molte persone che passano del tempo tra i libri, facendo passare anche uno o due convogli prima di salire. Come tutte le librerie, anche quelle metropolitane di Budapest, nel periodo che anticipa le feste natalizie, offrono ai propri clienti la possibilità di regalare libri, con pacchetti particolari che possano fare apprezzare ancora di più il regalo a chi lo riceve: anche “sottoterra”, dunque, durante la frenesia degli spostamenti cittadini, acquistare un libro come regalo è una soluzione ottima per prendersi una pausa culturale… Per non farsi mancare niente, le librerie della metropolitana di Budapest, oltre a libri nuovi e usati, gadget, confezioni regalo e tanto altro, vendono anche dvdcosì da soddisfare le esigenze dei cinefili. (da Redazione “Il Libraio”).budapest.jpg

Dal Pakistan, la storia di un libraio e dei bambini che rubavano i libri

Saeed Jan Qureshi era il punto di riferimento per chi frequentava la grande libreria di Islamabad specializzata in libri e riviste in lingua inglese ed era capace anche di chiudere un occhio ogni tanto verso i bambini che rubavano i libri dai suoi scaffali: il vecchio libraio pensava infatti che un libro rubato da un ragazzino fosse comunque un investimento per un futuro in cui le persone leggeranno ancora.

Dopo la morte del padre, Ahmad Saeed ha preso il suo posto dietro la grande scrivania al pianterreno della grande libreria di famiglia. Dopo qualche tempo, alcuni uomini anziani hanno iniziato a entrare in libreria cercando Ahmad per saldare i debiti che avevano accumulato da giovani. Siamo a Islamabad (la capitale del Pakistan) e la libreria in questione è la Saeed Book Bank, fondata dal padre di Ahmad Saeed, Saeed Jan Qureshi, scomparso lo scorso settembre. I “debitori” in processione sono i bambini che spesso Qureshi scopriva a rubare libri dai suoi scaffali ma che non ha mai punito: il libraio pensava infatti che un libro rubato da un ragazzino rappresenta comunque un investimento per un futuro in cui le persone leggeranno ancora, e quelli saranno i suoi clienti. L’amore di Saeed Jan Qureshi per i libri nasce da piccolo, quando inizia a lavorare nella biblioteca di Mir Banda Ali, padrone del feudo in cui abitava la famiglia di Qureshi, un territorio così grande da comprendere al suo interno cinque stazioni ferroviarie. Qui il piccolo Qureshi aveva il compito di spolverare gli scaffali contenenti i preziosi libri del latifondista, ma non riusciva a resistere al fascino di tutte le storie che si celavano in quelle pagine. Così un giorno il padrone lo sorprende a leggere un libro invece di lavorare: gli ordina di tornare immediatamente a lavorare, aggiungendo che, se vuole, può portarsi a casa il libro e riportarlo una volta finito, a patto che non lo rovini. Qureshi non ha la possibilità di frequentare la scuola superiore, ma diventa un accanito lettore grazie alla generosità del padrone e, dopo la scuola, inizia a lavorare in una libreria a Peshawar, dove più tardi, negli anni Cinquanta apre una sua libreria. Durante la Guerra Fredda, Peshawar era prima un avamposto dell’esercito americano nella lotta contro l’Unione Sovietica in Pakistan, poi una base militare e più tardi una base d’operazione della CIA. La città era dunque frequentata da molti americani ed è proprio assecondando i loro gusti e proponendo libri nella loro lingua che Qureshi costruisce il successo della libreria. In seguito, con l’avvento del terrorismo e del fondamentalismo islamico, particolarmente radicato a Peshawar, la città diventa pericolosa per un libraio, specie se propone testi ritenuti “eretici” come quelli di Karen Armstrong e dello scienziato Richard Dawkins. Costretto a chiudere il negozio a Peshawar, Qureshi lo riapre a Islamabad, la capitale, dove, nonostante la città sia inospitale per i diplomatici e gli stranieri, una larga maggioranza dei cittadini pakistani legge libri in lingua inglese. La Saeed Book Bank ha così modo di crescere, fino ad arrivare a occupare i cinque piani attuali e a dare lavoro a 92 impiegati. Saeed Jan Qureshi diventa il punto di riferimento di chi entra in libreria per ricevere consigli di lettura (tra cui non può mancare Fallen Leaves di William Durant) e amplia continuamente l’offerta di libri e riviste frequentando, insieme al figlio Ahmad, le principali fiere dell’editoria mondiali, da Francoforte a Nuova Dehli, non riuscendo però a recarsi mai negli Stati Uniti per un problema con il visto. Qureshi ha assicurato una buona educazione ai propri figli, che adesso hanno preso in mano le redini della libreria: Ahmad ha una laurea in amministrazione e cura l’ambizioso progetto di rendere automatizzato il magazzino della libreria e di rimodernare il sito di vendita online che registra già vendite per 1000 dollari al giorno, in un paese dove la carta di credito è ancora una novità. Per il padre, i libri erano molto più che un lavoro, racconta Ahmad Saeed al New York Times, narrando un episodio successo molti anni prima, quando il padre aveva sorpreso un bambino a rubare un libro e gli aveva detto: “È bello che ti piacciano i libri. Ogni sera puoi prendere un libro da leggere a casa, a patto che tu me lo riporti non rovinato, così che io lo possa ancora vendere“. Questo bambino, ormai cresciuto, è adesso il vice rettore dell’Università di Iqra, a Islamabad, e afferma: “Tutto quello che sono diventato lo devo a tuo padre”. (da Redazione “Il Libraio”).

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“Trasformare i libri in arte significa regalare loro una nuova vita”

Il personaggio/ Linda Toigo è un’artista italiana speciale ed è appassionata di book alteration: trasforma i libri per dare loro nuova vita. Tra i suoi ultimi lavori, le illustrazioni di “Olga di carta”, nuovo romanzo di Elisabetta Gnone. In una lunga intervista a ilLibraio.it, racconta la sua arte, spiega nei dettagli il suo complesso lavoro creativo e parla della sua esperienza con i libri per bambini…

Linda Toigo è una sorprendente artista e graphic designer italiana. Ama lavorare con la carta e con i libri e ha una grande passione per la book alteration. I suoi interventi, che effettua con lame, fuoco e vernici, alterano il materiale visivo e scritto, separandolo dal contesto originario e caricandolo di nuovi significati. Con il suo lavoro, Linda, che vive a Londra, è capace di evocare storie da alcuni cartoncini colorati, messi insieme in strutture sperimentali che rimandano all’oggetto libro e che fanno nascere racconti ispirati alle fiabe e ai romanzi gotici. Linda, tra l’altro, è l’autrice delle illustrazioni di Olga di carta di Elisabetta Gnone (Salani): realizzati con la tecnica del papercut (incisione su carta) e completati con sfondi colorati, i disegni arricchiscono e completano l’avventura della piccola Olga. Intervistata da ilLibraio.it, Linda racconta la sua arte, e svela perché ha scelto di lavorare sui libri, com’è il suo rapporto con questi oggetti, quali sono i suoi strumenti e come è stato lavorare su Olga di carta.

Come ha iniziato a lavorare sui libri e perché ha scelto proprio questi oggetti molto particolari come materiale da modellare?
“Nel 2009 ho lasciato Milano e l’architettura per iniziare un corso di grafica al London College of Communication che offriva l’accesso a gran parte degli strumenti e delle conoscenze relative alla stampa e alla produzione del libro: presse di stampa, laboratori di rilegatura, esperti di stampa professionale. Qui ho scoperto la bellezza materiale del libro e ho imparato a costruire le mie strutture cartacee. Il mio lavoro di fine anno era una versione di Dr Jekyll and Mr Hyde dove al lettore era richiesto un livello di interazione superiore al semplice gesto di sfogliare le pagine: c’erano lettere da aprire, piccoli libri da accostare, trasparenze, specchi. Per accedere all’ultimo capitolo, il lettore doveva strappare le pagine e rinunciare in questo modo all’integrità del libro come oggetto per trasformarlo in significato. Da qui è iniziata la mia riflessione sulla materialità del libro e la mia conoscenza del vasto mondo dellabook art e book alteration”.

Come sceglie i libri da utilizzare? Conta la materialità del libro: il formato, la grammatura delle pagine, la copertina rigida o meno…?
“Soprattutto nei miei primi lavori di book alteration, sono stata attratta dalla bellezza evocativa del libro: entro in un negozio di seconda mano e cerco tra le centinaia di libri a disposizione quello che mi comunichi un’idea, una storia. Cerco immagini o fotografie interessanti, o un tipo di carta su cui possa applicare le mie illustrazioni o stampare immagini, un titolo curioso, un bel formato. La copertina rigida è una prerogativa importante, perché dà al lavoro una certa solidità e un’idea di permanenza. Preferisco libri con una storia, che appartengono a un altro tempo, con tracce dei precedenti possessori: firme, ex libris, note a margine. Poi, una volta alla mia scrivania, sfoglio e leggo parti dei libri appena acquistati e permetto al contenuto di ispirare il mio lavoro. Con una lama chirurgica affronto le pagine strato dopo strato come fossero materiale scultoreo da modellare. Più è spesso il libro, più è facile scavarci dentro”.

In occasione delle mostre che ha realizzato, le sono stati forniti i libri fuori catalogo da lavorare (come nel caso della Lonely Planet e di alcune enciclopedie): pensa che questo sarebbe potuto accadere anche in Italia? C’è un diverso atteggiamento verso la “sacralità” del libro cartaceo, il “libro come oggetto materiale” nei paesi anglosassoni rispetto al nostro?
“C’è un ampio dibattito sulla sacralità del libro e sul tabù legato all’idea della sua distruzione. Un paio di anni fa ho utilizzato il fuoco per modellare un libro di storia ed è stato interessante  leggere commenti scandalizzati sull’azione distruttiva del fuoco su un libro, evocatore controverso di momenti oscuri della storia dell’umanità. Ma in fondo perché no? Trasformare i libri in arte significa regalare loro una nuova vita, che prescinde dalla loro immediata leggibilità e si basa sul loro significato più profondo”.

E da noi, dunque?
“Una riflessione simile sul libro non si è molto diffusa in Italia, probabilmente per un legame molto forte con la tradizione archivistica, mentre in paesi anglosassoni come Inghilterra e Stati Uniti ci sono corsi di studi, gallerie, artisti che dedicano il proprio lavoro a questi temi”.

Come si è evoluto il suo lavoro?
“Recentemente ho affrontato il mio lavoro di book alteration da un’altra prospettiva: fornire valore a volumi cartacei tramite il mio intervento artistico. Il mio lavoro sulle riviste di moda, su cataloghi di negozi o su guide turistiche, utilizza oggetti destinati a essere sfogliati poche volte e poi dimenticati in un cesto, in fondo a uno scaffale o mandati al macero, perché naturalmente rimpiazzati da edizioni più aggiornate. Scegliendo di lavorare su questo tipo di materiale popolare e accessibile, con copertine sottili, carta leggera e stampa economica, affrontato con la stessa minuzia e la cura dei dettagli utilizzata per l’incisione di vecchi libri, ho voluto offrire la mia democratica interpretazione della realtà quotidiana, libera dal dibattito su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma è bello a volte tornare a lavorare su volumi rilegati, e questo è successo recentemente con un progetto collettivo a cui sono stata invitata assieme ad altri artisti da tutta la Gran Bretagna: la celebrazione degli 800 anni della Magna Charta attraverso le pagine di volumi altrimenti destinati al macero”.

Quali sono i suoi attrezzi del mestiere?
“Ora sarò forse troppo precisa e un po’ nerd. Il mio strumento principale è un taglierino di metallo della Swann-Morton, con lame chirurgiche n.11 o 10A. È pesante e permette una certa pressione sulla carta senza perdere il controllo dei dettagli. A volte lo uso troppo o mi scordo di cambiare la lama in tempo e si spezza in due. Ne ordino tre alla volta per essere sicura di averne sempre a disposizione”.

Interessante…
“Le lame vanno cambiate il più spesso possibile (una o due al giorno) per fare dei bei tagli netti senza stressare la carta (e le dita.) Poi c’è il tappetino verde di gomma (cutting mat), che protegge il tavolo e rende il taglio bello morbido. Più grande è, più è facile lavorare, ma mi porto spesso in giro un tappetino piccolo per tagli estemporanei. Per tagliare elementi all’interno della pagina, utilizzo fogli di plastica rigida più sottili del tappetino, che entrano bene all’interno della rilegatura e permettono lavori precisi. Questi sono gli elementi di base, poi ogni progetto richiede tecniche e strumenti differenti…”.

Ad esempio?
“Quando inserisco immagini all’interno dei miei volumi alterati, mi piace utilizzare tecniche di stampa variegate come quelle delle stampanti inkjet in cui inserisco pagine estratte dai libri; a linoleum intagliato per timbrare direttamente le immagini dentro il libro; a collage; illustrazione a mano; pittura acrilica”.

E veniamo a uno dei suoi ultimi progetti. Come è stato lavorare su Olga di carta?
“È stata un’esperienza creativa e di collaborazione fantastica. Dopo aver deciso di lavorare con me, Elisabetta Gnone ha iniziato a mandarmi le bozze del suo libro, continuando a modificarle e aggiornarle. Ho potuto così assistere da una posizione molto privilegiata alla fioritura di un’opera commovente, divertente, delicata e forte.
La prima parte del mio processo consisteva nel leggere e assorbire il testo, e produrre schizzi sempre più dettagliati di come sarebbe poi stato il papercut. Poiché gran parte del viaggio di Olga si svolge all’aria aperta, tra animali, vasti paesaggi e tanta natura, ho speso alcuni weekend nella campagna inglese, in tenda, tra le pecore, a farmi ispirare da quello che vedevo attorno a me. Elisabetta aveva le idee molto chiare sui suoi personaggi, e spesso mi divertiva con riferimenti letterari, cinematografici, e descrizioni dettagliate di come secondo lei dovevano apparire”.

È stato un lavoro lungo…
“Man mano che gli schizzi erano stati commentati, modificati, elaborati, perfezionati e infine digeriti, passavo al taglio delle illustrazioni: lo schizzo definitivo, specchiato, veniva appoggiato su un lightbox e con una matita molto fine ricalcavo il lavoro sul retro di un foglio di carta bianca da 140 gsm. Poi mettevo tutto via, pulivo il tavolo, cambiavo la lama, bevevo un caffè, mi lavavo le mani e cominciavo il lungo, minuzioso processo di taglio, che richiede molta concentrazione e non permette errori. Una volta tagliati, i papercut hanno bisogno di uno sfondo per diventare davvero interessanti”.

Cioè?
“Inizialmente l’idea era di creare sfondi colorati in acquarello o acrilico, ai quali sovrapporre i papercut. Il risultato sarebbe stato carino, delicato, ma non avrebbe probabilmente trasmesso la sensazione di forza e freschezza presente in questo libro. E poi il materiale di cui è fatta Olga è la carta, e allora la carta andava usata. Così ho raccolto carte di tipi e colori diversi in vari negozi di Londra e ho lavorato con i diversi livelli per creare bassorilievi che completassero e dessero profondità alle illustrazioni. Le dodici illustrazioni sono pubblicate in quattro gruppi di tre, e descrivono quattro diversi momenti del viaggio di Olga: per ogni momento ho scelto una determinata sensazione cromatica e ho utilizzato carte dello stesso colore; alcune carte si ripetono da un gruppo all’altro per dare coerenza a tutto il libro. Infine le fotografie, create qui a Londra in collegamento costante e notturno con Elisabetta: per ogni quadro le luci dovevano essere regolate al millimetro per creare sottili giochi di ombre e punti di fuoco e per concentrare l’attenzione sulla forza del materiale, la grana della carta, il contatto leggero tra un livello e l’altro”.

Lei produce molti lavori per bambini: è più facile lavorare per un pubblico di più piccoli?
“Non credo che produrre lavori per bambini sia più facile. È necessario creare una separazione dalla propria estetica e gusto da adulto per creare un mondo che sia accessibile e comprensibile per loro, ma stando attenti a non cadere in semplificazioni inutili che renderebbero il lavoro superficiale. Mi aiuto pensando alla piccola me di qualche tempo fa. Le immagini più vivide della mia infanzia sono quelle in cui i miei genitori mi leggevano le storie da libri illustrati come quelle di Richard Scarry, Barbapapà, Tintin, o mi trasportavano coi loro racconti tra i dettagli colorati dei grandi cuscini della nostra casa o nei grandi quadri della casa della nonna. Credo di basare molti miei lavori su quelle memorie, su quella gioia nello scoprire, pagina dopo pagina, il nascondiglio di Zigo Zago (personaggio dei libri di Richard Scarry, ndr). Per questo mi piace lavorare con i livelli e i dettagli: per creare piccole complessità e infinite possibilità di scoperta”.

Qual è il suo ultimo progetto?
“A marzo del 2015 ho fatto richiesta per una artist residence presso un villaggio per artisti nella campagna a nord di Tainan (Taiwan), Soulangh (si pronuncia sciao-long) artist village. Con mia sorpresa mi hanno presa e a ottobre sono andata a lavorare lì per due mesi. Sono arrivata senza aspettarmi niente e ho trovato un mondo meraviglioso: nei diversi padiglioni del villaggio (una raffineria di zucchero dei tempi in cui i giapponesi governavano su Taiwan) ci sono varie installazioni di arte e musei permanenti. Tra gli altri, due padiglioni sono dedicati al papercutting per bambini… un sogno! La residency richiede che ogni artista realizzi una mostra entro la fine dei due mesi di permanenza, e l’organizzazione, sponsorizzata dal governo taiwanese, si occupa delle spese di vitto e alloggio, offre materiali e supporto tecnico e amministrativo. La cura della mostra e le idee devono venire dall’artista ovviamente, ma in questo contesto è stato facile trovare ispirazione e motivazione per arrivare soddisfatta alla fine del breve e intenso periodo di lavoro. In sella alla mia bici sono andata in giro a osservare le abitudini locali e i modi di vita così differenti, e mi sono resa conto di quanto siano importanti  i riti religiosi nella vita di ogni giorno, soprattutto a sud di Taiwan. Ho assistito a molte cerimonie e festival e ho deciso di creare delle illustrazioni per bambini di tutte le età che riflettessero le mie osservazioni e unissero il mio approccio occidentale al papercutting con l’antica tradizione orientale. Avendo a disposizione un bello spazio grande e persone esperte pronte ad aiutarmi con la struttura, ho deciso di accettare la sfida e di utilizzare una scala molto più grande di quella a cui ero abituata. Ho realizzato tre scene larghe un metro e alte due, su tre livelli e illuminate dal retro”. (da Redazione “Il Libraio”).

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Nella provincia campana Claudia ha aperto una libreria per bambini

“Se non sono i genitori ad avvicinare i bambini alla lettura, non si può pensare che lo faranno da soli, magicamente, non appena saranno in grado di leggere da soli…”. Claudia Di Cresce ha avverato il suo sogno, e a Cava de’ Tirreni ha aperto “Marcovaldo”, una libreria tutta dedicata ai più piccoli. Come ha recentemente raccontato Asalerno.it, a Cava de’ Tirreni ha aperto la prima libreria tutta dedicata ai più piccoli, “Marcovaldo”, grazie all’entusiasmo diClaudia Di Cresce, che al sito ha raccontato: “Prima di aprire la libreria ho lavorato come autrice nel campo della narrativa per bambini, che è un settore dell’editoria che in pochi conoscono davvero: ci si limita a conoscenze superficiali… si ignora tutto un mondo di autori e illustratori meravigliosi che, se conosciuti meglio, potrebbero davvero rendere più magica la vita dei bambini e anche quella dei grandi”. Claudia Di Cresce tra le altre cose ha confermato che non sempre le famiglie promuovono l’amore per la lettura: “I genitori per la maggior parte non comprendono che la lettura non ha niente a che fare con il ‘saper leggere’, perché esiste un’infinità di testi per la primissima infanzia, destinati appunto a essere letti ad alta voce dai genitori a bambini anche molto piccoli. Se non sono i genitori ad avvicinare i bambini alla lettura, non si può pensare che lo faranno da soli, magicamente, a sei anni, non appena saranno in grado di leggere da soli. Parte della nostra ‘missione’ è proprio questa”. (da Redazione “Il Libraio”).

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Con questi libri in mano il biglietto della metro non si paga

Per promuovere la lettura, in Brasile, L&PM Editores ha pubblicato 10 libri tascabili “speciali”, distribuendo gratuitamente migliaia di copie: chi ne ha una con sé non paga il biglietto della metropolitana…

Siamo a San Paolo del Brasile, metropoli da oltre 11 milioni di abitanti. Dove, con l’obiettivo di promuovere la lettura, la casa editrice L&PM Editores ha pubblicato 10 libri tascabili speciali, distribuendo gratuitamente migliaia di copie: chi ne ha una con sé non paga il biglietto della metropolitana. L’iniziativa, lanciata in occasione dell’ultima Giornata mondiale del libro, ha avuto un tale successo da essere estesa ad altre città brasiliane. (da Redazione “Il Libraio”).

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Dormire tra libri e scaffali: tutti gli hotel per chi ama leggere

Viaggiare e scoprire posti nuovi, e la sera, tornare in albergo e avere la possibilità di scegliere cosa leggere prima di andare a dormire come a casa propria. In questa gallery, l’elenco di alcuni degli hotel più amati da chi ama leggere: enormi librerie, nelle hall, nelle sale relax e nelle camere, con volumi a disposizione dei clienti. L’ultimo albergo di questo genere è nato a Tokyo: il Bed & Book ha ricavato i cubicoli con i letti direttamente dentro gli scaffali. Una soluzione ideale per chi, nell’era del digitale, non rinuncia alla bellezza della carta e prima di partire si trova sempre di fronte allo stesso dilemma: mettere in valigia un maglione in più o altri due volumi di quel bellissimo romanzo? (da Redazione “La Repubblica”)

Alcove library ho Chi Minh City.jpgAmbassade Hotel, Amsterdam.jpgB2 Boutique Hotel, Zurigo.jpgBed and Books, Tokyo.jpgBowood Hotel, Spa and Golf Resort Wiltshire, Inghilterra.jpgHotel Jumeirah, Turchia.jpgHotel Salvativo, Firenze.jpgLibrary Hotel, New York.jpgPuli Hotel, Shanghai.jpgThe Commons Hotel, Minneapolis.jpgThe Gladstone, Flintshire, North Wales.jpgThe Library Hotel, Koh Samui, Thailandia.jpg